QUANTI E QUALI

QUANTI E QUALI

AMLETO … Quello che un giorno mi recitasti e non arrivò mai alla ribalta – o, se mai, non più di una volta – ché il dramma, ricordo, non riuscì gradito alle mille teste; era caviale offerto al volgo. E tuttavia, a mio modesto avviso e anche a giudizio di qualche altro che in materia mi può essere maestro, si trattava di un dramma eccellente, ben sceneggiato, steso con misura e abilità tecnica.
AMLETO … (all'attore) Tira avanti, ti prego. Per lui ci vuole la farsa o la barzelletta da bordello, se no si appisola. Tira pure avanti. Vieni ad Ecuba.

William Shakespeare – Amleto – Atto secondo, scena seconda.
Laurence Oliver in Amleto

​Con le parole di apprezzamento, rivolte da Amleto agli attori sopraggiunti ad Elsinore per recitare dinanzi al pubblico della corte e con quelle di dileggio riferite al goffo Polonio, testé lamentatosi della lunghezza e quindi inappropriatezza del testo che la compagnia si appresta ad interpretare, voglio cominciare questa riflessione sui concetti di quantità e di qualità che, nella realtà contemporanea, divengono i cardini del giudizio divergente di tanta pubblica opinione. Non vuole essere questo un trattatello filosofico, perché non è questo né il luogo né il tempo, tanto più che il sottoscritto non ambisce a farlo.

E' una semplice riflessione generata da recenti fatti, non pochi, di natura culturale o di intrattenimento, specificatamente musicali, cinematografici e televisivi, per i quali molti commentatori, politici, intellettuali, sociologi, semplici appassionati e anche chi appassionato non lo è mai stato, si sono espressi, spesso sguaiatamente, cogliendo l'occasione per schierarsi, al 90% dei casi sul fronte dei "quantitivisti" (sostenitori del valore assoluto dell'aspetto quantitativo) e solo uno sparuto drappello su quello dei "qualitativisti" (sostenitori dell'aspetto qualitativo).

I quantitivisti affermano che, ottenere risultati quantitativamente significativi e in qualche caso sorprendenti, non è in contraddizione in alcun modo col fatto che questi fenomeni non siano anche di qualità. Anzi, dicono che la quantità si trasformi necessariamente in qualità perché, se molti aderiscono a quel fenomeno (avendo evidentemente i quantitivisti una grande fiducia nella autonomia di giudizio dell'essere umano…), tale fenomeno non può che fare il salto verso l'alto e divenire rilevante qualitativamente. Quindi la qualità diviene qui valore non autonomo, ma succedaneo della quantità.

I qualitativisti affermano invece, che la qualità è un valoreintrinseco al fenomeno, a prescindere se smuova consensi di massa o meno. La qualità è la qualità, punto e basta, senza necessità che ci si debba contare per affermare che qualcosa abbia questa patente. Patente che deve essere comunque attribuita da qualcuno titolato a farlo, cioè qualcuno che ponga il suggello sul fenomeno… Tutto ciò ammesso che ci sia un soggetto che possa dirsi autorizzato a farlo.

Come diceva qualcuno, nel primo caso vale il detto "Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace"; nel secondo la versione parodistica di quello "Non è bello ciò che è bello, ma che bello, che bello, che bello"!

In un mondo ideale, in cui la realtà si possa dividere in bene e male, giusto e sbagliato, tutto sarebbe molto facile, compreso il capire cosa sia di qualità, seppur anche di quantità e cosa sia solo di qualità a prescindere dalla quantità.

Il nostro, però non è il mondo del volterriano Pangloss, è solo un mondo pieno di contraddizioni e conflitti, ma anche di molti esempiche aiutano a dirimere la questione di cui sopra.

Renèe Guenon ci aiuta a capire la nostra contemporaneità, scrivendo, ne "Il regno della quantità e il segno dei tempi": "Fra i tratti caratteristici della mentalità moderna… prenderemo subito in esame la tendenza a ridurre ogni cosa al solo punto di vista quantitativo, tendenza talmente radicata nelle concezioni «scientifiche» degli ultimi secoli, e reperibile d'altronde altrettanto nettamente negli altri campi, come ad esempio quello dell'organizzazione sociale, da permettere quasi di definire la nostra epoca… essenzialmente e innanzi tutto come il «regno della quantità»".

I fenomeni quantitativi quasi sempre sono fenomeni indotti, a volte con un lavoro preparatorio di molti anni o anche solo in un tempo relativamente limitato, ma con una grande macchina organizzativa alle spalle e talvolta con eventi scatenanti, che inducano i tanti ad aderire e comunque andando a cogliere gli umori più diffusi tra le masse, per poi poterci far su leva. Tutto questo è segno di una notevole sapienza e/o arguzia di chi gestisce l'insieme, ma non necessariamente di rispetto dell'intelligenza altrui, della altrui indipendenza e libertà. Ciò perché i meccanismi che si intende attivare, non contemplano necessariamente quelle virtù, che anzi potrebbero rivelarsi un ostacolo sul percorso per l'obiettivo da raggiungere, che sia politico o commerciale, comunque economico e ideologico.

Adunata nazista

Tutte le dittature (sistemi di governo che non escludono la conquista del consenso in forme non violente, per poi una volta ottenuto il potere, trasformarsi, per conservarlo, in mostri assetati di sangue) sono nate con la partecipazione di masse o perlomeno con una silenziosa accettazione da parte di masse acquiescenti.

Le aristocrazie o le oligarchie si distinguono invece come sistemi di governo, in cui i pochi portatori di presunte qualità, decidono cosa sia giusto in ogni campo. Sono minoranze che hanno costruito un sistema autoritario, garantendo privilegi comunque a tanti, senza dei quali non durerebbero a lungo, ma senza mai concedere loro diritti dichiarati.

Insomma, le folle spesso e volentieri sono massa di manovra o con la persuasione più o meno occulta o con la "persuasione" dichiarata attraverso la forza.

In entrambi i casi, chi la pensa diversamente è messo all'indice, prima deriso, poi ridotto al silenzio, poi oppresso, infine soppresso.

Stalin diceva che la quantità, valore certamente a suo favore, prima o poi diventa qualità e Hitler, dal canto suo, ha organizzato una macchina straordinaria del consenso (avendo per maestro Mussolini), che gli ha consentito di trasformare la sua "qualità" in quantità.

E' notorio che Mussolini, Hitler e Stalin si imitassero scientemente nel modo di coinvolgere, convincere, costringere le masse a seguirli, sapendo che tutto ciò, dopo un po', sarebbe diventato un processo automatico per l'ottenimento di esiti oceanici.

Infatti, la naturale propensione dell'uomo, tenuto in una condizione di non esercizio della critica e del pensiero libero, sollecitato con botte e lusinghe ad uniformarsi ai più, a fare ciò che fanno i più, ad andare dove vanno i più, a pensare come i più, è cosa che la psicologia delle masse ha spiegato abbondantemente in tutto il secolo passato.

Ciò che fa riflettere, tornando alla amletica citazione iniziale, è ciò che accade quando, per un evento come quelli elencati al principio (musicale, cinematografico, televisivo), la formula quantità=qualità si trasforma per i quantitivisti in un linciaggio dei qualitativisti, i quali dal canto loro a questo linciaggio prestano volentieri il fianco, esprimendo pareri che, presuntuosamente, vengono dati, sì come personali, ma per assurgere in modo palese, a valore universale e relegare, con sottaciuto disprezzo, chi l'evento esalta, nella condizione di marmaglia.

La cosa più sorprendente è data dal sostegno, seppur a posteriori, che molti esponenti della vita civile, sociale e intellettuale assicurano alle masse dei sostenitori degli eventi in questione, apprezzandone sicuramente il valore numerico e forse solo relativamente l'evento in sé. La cosa peggiore è quando il tutto si trasforma in una crociata contro chi la pensa diversamente, con il sostegno di figure pubbliche che nel valore quantitativo trovano l'unica manifestazione reale di loro interesse, probabilmente perché in una società dello spettacolo, proprio questo assurge a paradigma di ben altri fenomeni!

"Guide" ex post delle masse, costoro, in conclusione, legittimano sia il disprezzo delle maggioranze contro le minoranze, sia spingono le minoranze "elevate" allo spregio autoreferenziale contro il "volgo".

Insomma, questi "leader" mostrano di essere delle pericolose retroguardie opportuniste, pronte a cavalcare la tigre, non appena si presenti un'occasione succulenta per il mantenimento della propria posizione di potere, pronte a giustificare qualsiasi intervento che metta a tacere il dissenso, per quanto questo resti solo un lamento inefficace di un gruppo sparuto di colti, o sedicenti tali, dissidenti; spingono gli sparuti quanto sterili drappelli di sostenitori di un pensiero divergente a chiudersi nella propria asfittica sicumera giudicante.

Ciò che è vero in un mondo globalizzato, nel nostro paese è ancor più vero.

Carl Gustav Jung

La tendenza degli intellettuali italiani a restare chiusi nella loro comoda turris eburnea, quando non si mettano al servizio del potente di turno, assecondandone le più viete aspirazioni; così come la tendenza delle moltitudini a seguire per conformismo il flusso in voga al momento, per sentirsi parte di una condivisa realtà protettrice, per continuare una infanzia sonnolenta e scarsa a giudizi, è l'aspetto indiscutibilmente meno confortante delle manifestazioni intorno agli eventi di questi giorni, che siano i concerti delle notti di fine anno, le puntate della serie tv di maggior richiamo, il film comico campione di incassi.

Ne va, non solo (sarebbe il meno!), di uno spiazzamento della formazione del gusto, quanto dell'educazione al rispetto democratico del pensiero altrui, diverso o consonante.

Lì dove una società democratica dovrebbe invece, tener più conto dei pensieri delle minoranze, che di quelli delle maggioranze, che già si affermano in quanto tali.

Lì dove, come dice Jung in "L'uomo e i suoi simboli": "Una società sana e normale deve essere composta da persone che non condividono abitualmente i reciproci punti di vista, poiché l'accordo generale è relativamente raro al di fuori della sfera delle qualità umane istintive". Lì dove, in una realtà evoluta, come dovrebbe essere quella italiana, la tensione a conquistare la piena maturità, dovrebbe essere un valore assoluto e lo stato di maturità è segnato innanzitutto dalla tolleranza, dalla comprensione, dalla saggezza.

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