La speranza di Dreyer che Bergman annulla

La speranza di Dreyer che Bergman annulla

No, questa non vuole essere una riflessione sul naturalismo filmico scandinavo. Se così fosse non potrei tacere su quanto certa letteratura dei paesi nordici ha influito sul climax del cinema dei medesimi paesi. Lo spettatore colto ben sa che tante atmosfere mutuate da Strindberg e da Ibsen sono confluite nelle opere di Dreyer e Bergman (in fondo "Spettri" di Ibsen non è una sceneggiatura bergmaniana ante-litteram? e "Gertrud" di Dreyer non è un dramma post-ibseniano? A me paiono veritiere entrambe le cose).

Il fatto che Ingmar Bergman abbia "imparato a memoria" il cinema di Dreyer mi pare un dato pleonastico e difficilmente confutabile. Qui però vorrei far notare come, in alcune pellicole, il genio del maestro svedese abbia, non so quanto con scelta precisa, voluto "realisticamente" e "pessimisticamente" (le due cose vanno assieme assai spesso, il buon Sciascia – quando lo accusavano di pessimismo – diceva "ma se la realtàè pessima come posso non definirmi tale, ovvero pessimista"?) continuare il messaggio del maestro danese, al fine di creare un fil rouge a ritroso,che si sposasse, certo, ai nuovi tempi, che scavalcasse l'arcaico mondo naturale per accostarsi, seppur con modalità spuria, ai modern times di chapliniana e profetica memoria.

Qualcuno tempo fa mi chiese se, a mio avviso, c'è un filo che lega Giacomo Leopardi a Eugenio Montale; ammesso e non concesso che in Montale ciò che maggiormente si evince sono le influenze dannunziane[1], la mia risposta fu precipitosamente istintiva; dissi che, dal mio punto di vista, in Montale vi è quell'annullamento di una determinata forma di speranza che, al contrario, in Leopardi ancora resiste, ancora respira sotto lo strato opprimente del tempo che passa.

Ecco, questa medesima riflessione mi sorge spontanea alla mente quando penso ad alcune pellicole dei due cineasti scandinavi che vado qui ad accostare; per inciso mi pare che laddove in "Ordet" di Dreyer (1954) – enorme sinfonia liturgica e cristologica sul sacro, nel mondo dei pastori protestanti – ancora vi sia una forma probabilmente (ir)razionale di speranza, legata al topos della resurrezione, in Bergman vi sia, invece, un rovesciamento della medesima forma sacra di speranza, che ancora crede nel miracolo della resurrezione, che ancora sposa spirito e natura.

Il dittico del regista svedese "Come in uno specchio" (1961) e "Luci d'inverno" (1963) – primi due capitoli della cosiddetta trilogia sul silenzio che si concluderà appunto con "Il silenzio" – si incentra su cosa, se non sulla presa d'atto che la speranza stessa è ormai avvitata su se stessa in un gioco al massacro di primitiva memoria? E cos'è quel silenzio se non, cito testualmente da alcune scene dei lungometraggi, "il silenzio di Dio"?

In Dreyer Dio ancora non taceva, usando come filtro la follia (?) marionettistica e sacralizzata di Johannes – novello Cristo rurale e solitario – vi è il miracolo della resurrezione; in Bergman quest'ultima non può avvenire, in quanto la divinità tace e non è affatto interessata a render "operativo" alcun essere umano per sua mano.


[1] Cfr. F.Pappalardo, Il prodigio ingannevole. Alcyone, Ossi di seppia e il canone della poesia lirica, in Clericus vagans, Aracne, Roma 2014, pp.15-59.

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Commenti 1

 
Nonick Noname il Martedì, 13 Ottobre 2015 22:41

Che bella analisi del rapporto tra la cinematografia di Dreyer e quella di Bergman! ;)

Che bella analisi del rapporto tra la cinematografia di Dreyer e quella di Bergman! ;)
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